Lost in Amsterdam

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Il primo e il secondo giorno non li racconto nemmeno, lo straniamento è inutile da spiegare se non lo si vive. Specie se reso in modo così netto da un viaggio in solitaria.

Il secondo giorno ho incontrato Arthur, compagno di “cuccetta” di questo ostello su rotaie chiamato Train Lodge. Ma parte sfuggente, la mattina del terzo giorno.

Ci sono. Il terzo giorno finalmente sono dove devo essere, perduto.

In una mattina sfiancante, asservita alle sfumature più codarde della mia natura, ho persino pensato di stare a dormire. Ancora. Ancora. Non vedevo nessun segno, nessuna direzione.
Eppure gli indizi erano lì.
Alle 2 ho fatto la doccia in questo costernato vagone trasformato con eleganza prosaica in pochi minuti è una doccia. 45 minuti di doccia.
Esco restio. Sordo, più di prima. Voglio andare via. Cosa farò della mia vita se torno a casa?
Che cosa più truce può esserci di non aver patria, che sia il mare o la terra. Perché non son nato marinaio?
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Esco dalla “cuccia” verso l’ignoto. Che in realtà è il Destino ma io lo scordo. Quello che immancabilmente ogni volta credo essersi dimenticato di me. Ma cosa hai da fare lassù? Ci sono così tanti fili da tirare che ci metti tanto a fare il giro e tornare ai miei?
Perduto nei pensieri, mi ha mosso la fame. Con la prospettiva di un boccone ho preso il treno. Scendo le scale, stazione centrale, piove a dirotto, Amsterdam non mi vuoi proprio?
Incazzato mi continuo a violentare tormentandomi il passo. Sono stanco. È ora di coccolarsi. Infilo una via secondaria, ma poi mica troppo, il primo ristorante argentino per fare finta di non sputtanarsi il fegato da McDonald’s.
Il ristorante è un corridoio su una porta che lascia completamente le sue funzioni e permette al fetido freddo di correre lungo i tavoli.
Al termine del pranzo, cioè alle 4, ora locale, mi rimetto in cammino con l’obiettivo di trovare un posto in cui mettere radici. Piove troppo, il morale è bassino, non pessimo, perché l’Entrecote era buona e mangiare bene fa bene allo spirito.
Mi avvaloro delle mie ultime forze per cercare questo rifugio: ci vorrebbe un posto coi divani, con un narghilè.
Perso nei miei pensieri entra nella mia vita un’insegna: Lost In Amsterdam.
Entro.
Una piattaforma foderata con un tavolo al centro è posta dietro un vetro per garantire il miglior servizio ai clienti all’interno e a quelli potenziali. Ma è anche una mossa così bassa, barbaramente sputata in faccia da 4 gnocche dietro il bancone.
È qui che decido di trascorrere il pomeriggio. Ordino un te alla menta, da oggi mi piace. Metto un po’ di soul, rollo un’erba chiamata Cookies Kush e apro per la prima volta questa gemma di Hermann Hesse, Il Lupo Della Steppa.
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Ora comincia a delinearsi tutto il disquisire con me stesso, il senso delle cose, che c’è.
Così mi infogno nel divano, té dopo canna, dopo té entrano due inglesi: Jane e Gemma.
Come tutti sono individui che in questo posto così freddo ho giudicato altrettanto parte di quella cultura nordica così estranea alla mie corde mediterranee.
Leggo avidamente finché la loro conversazione attira la mia attenzione. Filosofeggiano.
Mi aggrego un po’ preoccupato: sono a due metri da me due teste pensanti che potrei giocarmi non recependo quello che mi dicono. Perché sono sordo! Questa musica e i loro accenti mi fanno perdere costantemente il 70 per cento della conversazione. Ma io non mollo! Mi concentro sulla mimica, sulle atmosfere. E per un attimo regredisco: cosa sono le atmosfere? La vita è solo forse una questione di atmosfere, passare da una risata ad un briciolo di tensione per quell’occhiata? Allora chi le manipola può controllare il proprio destino almeno con le persone?
Torno alla realtà. È difficile, ma ci riesco, a sprazzi.
A digerire la deformità del mio intelletto per inserire nei discorsi altrui l’unico mio possibile contributo: l’umorismo.
Qualche sporadica ironia sottile vince qualche sorriso.
Malgrado tutto mi accettano, mi libero del mio pesante fardello di digressivo cronico e mi ravvedo di fare una conversazione come si deve.
Finisce che col rispettare io le mie opinioni mi rispettano.
“Opinions” come per dire che è l’unica cosa che abbiamo.
Mostro loro Rapture, Gianna scarabocchia il mio nome su un pezzo di carta, mi compiaccio, ma non so se saprò reggere il confronto con certe aspettative che di primo acchito mi assegna chi mi vede artista.
Fumiamo, ridiamo, mi invitano a Brighton, gli dico che finiti questi giorni andrò a trovarli. Jane dice di stare attento, potrei rimanerci.
Gli rispondo che in verità: è ciò che voglio.
Forse la vita comincia qui, quando si accetta di essere perduti.
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leggi il seguito: I Mulini di Irina
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Un pensiero riguardo “Lost in Amsterdam

  1. Bellissimo!

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