Curve Dorate

Mentre sono qui a mangiare, ripenso un po’ a questi ultimi giorni in montagna. E due sono le cose che mi fanno riflettere: Sciare e The Founder. In questo bianco weekend in famiglia, tra le altre cose, una sera siamo andati al cinema per vedere la storia del fondatore di McDonald’s, The Founder, appunto.


In particolare c’era questo monologo del protagonista, rivolto al pubblico, dove si sottolineava come l’unica dote necessaria al successo fosse la Perseveranza: perché “il talentuoso sconosciuto” è ormai un cliché, dice lui. Di per se la frase può essere vera, non è stato questo a colpirmi, piuttosto l’accezione negativa del tono di quella battuta, quella nota di superiorità mi ha infastidito. Il sermone viene lasciato alla fine ovviamente, per sottolineare la morale del film, cioè: fatti il mazzo e diventa ricco. Ecco forse il regista non si è reso conto, forse si, ma la morale è in un’altra battuta, che sta in mezzo al film ed è molto meno scontata della solita minestra. Ed e’ qui che entra in campo il bianco weekend: lo Sciare.

 
Mi spiego meglio.
 
Immaginiamo che la pista sia la vita e tu lo sciatore. Chiunque non sia completamente a digiuno di questo sport sa che ci sono principalmente due modi di venire giù. Col peso indietro o col peso in avanti.
 
Il primo è il “metodo” applicato naturalmente dalla natura alla stragrande maggioranza degli sciatori inesperti. La discesa è ripida, magari ghiacciata, le dune sono poco visibili e i bordi stretti. Così la paura o la pigrizia prendono il sopravvento e il risultato è disastroso, perché la poca portanza sulle punte accentua la forza centrifuga in curva facendo perdere il controllo della traiettoria. Seguendo la metafora: questi sono i depressi, i rinunciatari. La vita impone le sue sfide e fa virare chi non riesce o non può reagire abbastanza in fretta. Sembra un metodo fallimentare penserai, ed in effetti è così: non c’è modo di arrivarci in fondo senza lividi. 
 
Il secondo atteggiamento adottabile, quello più diffuso tra i veterani, consiste nel portare il peso in avanti e ancorare le punte al suolo. In questo modo si ha completo controllo della traiettoria, si ammortizzano i salti, si curva nelle situazioni più avverse. Chi vive così, non aspetta di reagire alle sfide: le aggredisce. Attacca quella discesa a picco buttandosi violentemente col corpo verso il vuoto. Ah! Questo si che è una buona strategia dirai. Quale problema può esserci?
 
Il problema è che, semplicemente, la pista finisce. 
 
Se vedi la vita come un percorso ad ostacoli, non vedrai che ostacoli da superare e senza quelli sarai perduto. A costo di inventarsele, i più grandi uomini di successo si sono dovuti porre di fronte a sfide su sfide per dare senso alla propria esistenza, che, nella migliore delle ipotesi ti convince del l’illusione che gli obiettivi siano reali, che la vita abbia davvero una finalità. Nella peggiore, a fondo valle capisci che non c’è sfida che non sia fine a se stessa, ed ecco la morale del film.
 
Interno giorno, cucina, la moglie del protagonista chiede al marito quando sarà “abbastanza” per lui, quando smetterà di combattere. Perché, facendo così, a poco a poco, tutto si riduce a una spinta compulsiva, imprenditoriale, insaziabile e illusoria, ossessiva. Un’ambizione costante verso qualcosa che ora non c’è: il sogno americano. Lei guarda lui: quando finirà? -La verità?-, risponde lui, -mai. 



C’è però un terzo modo di affrontare una discesa.
 
È meno popolare degli altri due perché si avvale di un concetto più fine e la massa, si sa, ama solo le cose semplici. L’ho capito guardando mio padre, cinquant’anni passati e sciatore consumato. Intuivo che facesse qualcosa di diverso e senza dirgli niente, mi sono messo dietro di lui, ho seguito le increspature lasciate dalle code seguendo le sua traiettoria e, piano piano, ho capito cosa stava facendo.
 
Il peso non era in un punto specifico, lo variava a seconda di ciò che aveva sotto le lamine. Accarezzava le dune troppo alte curvandoci intorno, assecondando le sue ginocchia su quelle piccole, ricordandosi della sua stazza regolava la velocità. 
Scivolava dolcemente prestando attenzione agli ostacoli, ma anche a se stesso, al cielo, ai colori e ai suoni. Ascoltava la superficie con tutte le sue imperfezioni e si metteva in rapporto con loro, amandole, facendoci l’amore. Stava pattinando.
 
E così nella vita, l’equilibrio lo tiene in piedi, la saggezza di combaciare a ciò che c’è qui, proprio ora, in questo momento così scomodo, imperfetto. Senza rinunciare davanti alle difficoltà, ma nemmeno lasciarsi annebbiare dall’illusione degli obiettivi. 
 
Così vorrei vivere anch’io, che disperatamente devo ricordarmi questa lezione più volte al giorno. Perché sono giovane e infuocato, depresso a volte, logico o emotivo, ostinato. Così dovrei concedermi un po’ di riposo, accettare queste mie caratteristiche senza chiamarli difetti. Amare le mie  incoerenze e starmene un po’ zitto, concentrandomi sui suoni, i colori, i sapori… era proprio buono questo Big Mac.
 
 
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