Vivere Nella Verità

Ringrazio Kundera per aver saputo trovare l’espressione corretta a questo rimescolamento di idee confuse, ma chiare, che mi circolano in testa da quando vidi il film: Persona di Ingmar Bergman.
Bibi Andersson interpreta un’infermiera che cerca di far uscire la sua assistita da un mutismo scelto. Per tutta la durata del film questa “infermiera” recita senza muovere lo sguardo. Spesso ha momenti morti, pause, vuoti inutili e sfumati.
 
Guardandola pensai, influenzato da tempo da un acuto criticismo nei confronti della società americana che promuove l’arte come le calze: in pacchi da 20 con colori sgargianti, pensai che la recitazione più giusta, quella che cerco io, fosse in realtà questa. Questa di un attrice svedese in un film di Bergman del ‘66, dove la lontananza dal consumismo e dall’enfasi forzata, riproduceva verosimilmente la vita con i suoi ritmi e intenzioni reali.
 
Dopo persona c’è stata una mattina di epifania. La precisione con cui tutto assumeva un significato si inscriveva in una formula chiara: il ripudio della vanità, dell’ambizione erano necessari ed erano stati compresi. Registrai in un video un monologo che sapevo a memoria, scevro da ogni prospettiva o risultato, con una noncuranza rasente il menefreghismo, recitai bene.
 
Più avanti, una sera, inebriato dalla droga, provai un’ estensione di questa verità non curante, verso una consapevolezza grandiosa: che fino ad allora avevo vissuto nella menzogna delle aspettative e non nella realtà delle cose. Così la sera stessa smisi di colpo di recitare il personaggio che i miei cari conoscevano, per vivere e basta. Fu un successo tale che associai quel vero-vivere, come ogni bella cosa e non so perché, a una versione di vent’anni più matura di me stesso: serena e presente. Dissi solo le parole necessarie, ascoltai piacevolmente la conversazione proseguire: accompagnare il trascorrere della vita in un incessante mutare, che la rendeva ben più interessante dell’univocità ostinata del pensiero. Mi accorsi quante volte rischiavo di ricadere nelle grottesche imitazioni di quel personaggio (che non accettava se stesso timido e schivo e così esorcizzava, riproducendone i caratteri opposti: goliardo e arrogante), coerente, che quella cerchia chiamava Federico. 
 
E così pure gli altri, vidi, adottavano espressioni, gesti e parole caricaturali, etichette di riconoscimento famigliari: carte di identità di forme consuete per esseri liquidi.
 
Così presi la decisione di rinunciare alla recitazione e in generale a tutto quello che mi portava lontano dalla realtà presente: come per bisogno di verità come dell’aria. Compresi che la vita scorre pacifica anche se non diventiamo ciò che vorremmo. 
 
Mi ripromisi di dedicarmi a tempo pieno al presente, alla coltivazione della verità del mio io più intimo anche di fronte allo svantaggio del giudizio del prossimo. Compresi che era necessario vivere da solo, per non subire influenze esterne, cioè per riempirsi esclusivamente di autenticità. Presi a ripetermi che io non ero speciale e che per questo, non dovevo nulla al mondo: né la scrittura, né la recitazione, né un bel fisico, né l’ottenimento di alcuna altra variabile o risultato che nella mia vita REALE non fosse già presente e adulto: cioè non pensato. Di colpo ogni cosa sembrò bellissima, i momenti morti, le attese, le discussioni, tutto divenne “vita” e nulla “ostacolo”. Mi sembrava anche, che gli altri esseri umani, in definitiva, comprendevano e gioivano di questa regola: gli anziani soprattutto, la riassumevano elegantemente nella lentezza.
 
Arrivai con la ragione alla serenità, e decisi che per nulla sarebbe più valso la pena staccarsi dalla realtà, dalla consapevolezza del vivere nel presente apprezzando l’autenticità di questo disegno; dall’accuratezza dei dettagli con cui la realtà, si riempiva di momenti non salienti. D’ora in avanti, solo questo sarebbe contato, così mi avvicinai di nuovo alla meditazione e decisi di farla, senza pretese.
 
Le opere d’arte allora mi risultavano insopportabili, inutili e lontane dagli uomini. Le parole erano perdite di tempo e fortemente tese all’alterazione della consapevolezza del presente, così come la musica che ci cucina piatti estranei passandoli per quelli della nonna, o i film stilizzati e prepotenti di Hollywood: i più difficili ostacoli alla serenità di un mediocre.
 
Fino ad oggi.
 
Oggi solo ho trovato le parole per esprimere questi miscugli che da tempo squillano e borbottano e che, con un po’ di fortuna, non saranno ancora solo parole: vincerò se diverranno silenzio. Vincerò se non sarò più governato dalla vanità. E Khundera, oggi, mi ha offerto le sue capacità straordinarie, chiudendo questo pensiero in una ricetta che lui chiama: Vivere Nella Verità.
 
“Vivere nella verità, non mentire né a se stessi né agli altri, è possibile soltanto a condizione di vivere senza pubblico. Nell’istante in cui qualcuno assiste alle nostre azioni, volenti o nolenti, ci adattiamo agli occhi che ci osservano, e nulla di ciò che facciamo ha più verità. Avere un pubblico, pensare a un pubblico, significa vivere nella menzogna.”
 
M. Kundera
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