Jack, Ti Ricordi?

Quella mattina mi svegliai dal solito lato, andai al cantiere, come sempre da cinque anni.

L’anno successivo avrei voluto cercare un altro lavoro, ma per ora andava bene così, la paga era buona e poi chissà dove sarei finito. Non feci tardi. Non zuccherai il caffè. Non bucai una gomma. Arrivai e presi la cintura degli attrezzi dall’armadietto. La indossai e andai direttamente all’ala est del complesso in costruzione. Quel giorno c’erano Aaron e Malloy al muro e Olson alla gru. Io dovevo intervenire su un’armatura venuta male che la settimana prima Malloy aveva affidato al nuovo. Salutai i ragazzi, non persi tempo. Lavorai ininterrottamente fino alle due. Poi scesi giù e andai all’armadietto per prendere il pranzo.

Non avevo frutta, ma il sandwich al tonno, quello al naturale. Dissi due parole ad Olson, parlammo del nuovo, a lui non piaceva a differenza di Malloy. Finito il panino tornai all’ala est del complesso in costruzione. Io dovevo intervenire su un’armatura venuta male che la settimana prima Malloy aveva affidato al nuovo. Non persi tempo. Lavorai ininterrottamente fino alle cinque. Poi scesi giù e andai all’armadietto per cambiarmi. Presi il telefono, avevo un nuovo messaggio da un numero sconosciuto.

– Ciao Jack, sono Sam! Lo so, è tanto che non ci sentiamo… haha! Lo so è strano, dopo tutto questo tempo.. comunque, hey, sono in città in questo periodo, se hai voglia ci vediamo… per un caffè? 🙂 – Erano passati anni da quando uscivamo insieme, io e Sam. Non avendo nulla da fare le risposi e due ore dopo ci trovammo al bar, non quello all’angolo, quello vecchio. Parlammo a lungo.

“Allora, come stai Jack? Cavolo sembra passata una vita! Cosa fai adesso?” mi chiese lei. “Bene grazie, adesso? Sto intervenendo su un’armatura venuta male che la settimana scorsa Malloy ha affidato al nuovo.” risposi io. Lei fece una faccia strana, guardò il piatto, poi guardò me. “E tu cosa fai?” feci io. Lei prese tempo, poi disse: “io lavoro in un teatro, anzi, sai cosa c’é? Devi venirmi a vedere una sera di queste, così mi vedi, vedi cosa faccio!” era contenta. Io dissi che mi sarebbe piaciuto andarla a vedere e che andavo spesso a sentire Robbie cantare al bar, ma lei Robbie non se lo ricordava. Invece disse: “Ah si! E’ vero, be’ almeno vai per un buon motivo, alla fine è quello che volevi fare tu.” “Quello che volevo fare?” dissi io; e lei annuì sorridendo: “cantare.” Lì per lì non detti peso alla cosa, parlammo ancora un po’ poi io pagai il conto e andai a casa.

Camminai, non presi mezzi. Arrivai a casa e mi stesi sul letto, senza dormire, solo per riposarmi. Poi, verso le sette e trenta mi alzai per andare a preparare la cena. Cucinai solo un riso in brodo quella sera. Mi alzai dal tavolo per andare in sala e guardare qualcosa alla tv prima di prendere sonno, ma passando davanti allo specchio mi fermai a scrutare la mia immagine. Non vidi un giovane. Vidi un vecchio. Ricordo che pensai se davvero ci fosse stato un tempo in cui io avrei voluto cantare, cosa cantavo?  Avevo una voce baritonale? Aveva importanza?
Quella sera andai a dormire senza riuscirci. Non presi sonno per via delle domande che incessantemente mi martellavano il cranio. Cosa ascoltavo quando volevo cantare? Chi ero in quegli anni? C’erano altri che sapevano di questa cosa o Sam era l’unica? E perché ho mollato, perché non ho seguito quella strada, forse ero bravo, forse sarei potuto diventare qualcuno?

Il giorno dopo mi svegliai dal lato opposto. Ero a pezzi e andai al cantiere a pezzi, non feci tardi e non zuccherai il caffè. Ormai lavoravo lì da cinque anni, avrei cambiato volentieri, ma non volevo trasferirmi e la paga era buona. Arrivai e presi la cintura, poi andai all’ala est. Dovevo intervenire sull’armatura venuta male, ma mentre lavoravo non riuscii a concentrarmi. Ero incuriosito fin quasi all’angoscia all’idea di essere stato un altro di cui non avevo ricordo. Avrei voluto sapere di più di quel periodo, avrei voluto sapere, ma se poi avessi scoperto qualcosa che volevo dimenticare? Aaron parlava a malapena di sé e comunque non eravamo mai stati così in confidenza da aver raccontato delle nostre vite private all’altro. Olson era più simpatico e affabile; era troppo simpatico e affabile: con lui si poteva solo ridere. Così andai dall’unico rimasto: Malloy. Non so come finimmo a parlare di Sam e di lì arrivammo subito alla storia del canto. Con mia grande delusione, però, disse di non sapere niente a riguardo. Disse che, in anni, non gli avevo mai accennato alla cosa. Non reagii, feci per andarmene, ma all’ultimo lui mi disse ciò che avevo bisogno di sentire: cosa fai sta sera? Non so dire come esattamente, non so proprio come, ma quella domanda mi fece scattare la molla nella testa. Robbie! Come ogni giovedì sarei andata a sentire Robbie e lui doveva sapere qualcosa, per forza.

Quella sera non cercai conforto nell’alcol. Non avevo niente per cui abbattermi in realtà e quindi nemmeno qualcosa per cui consolarmi. Ascoltai il repertorio della serata seduto al tavolo sulla destra, quello con l’alone di bruciato al centro e la gamba sbilenca. Robbie fece i pezzi e io, impaziente, lo raggiunsi nei camerini. Senza tante cerimonie gli chiesi se gli avessi mai parlato del canto e lui si mise a ridere. “Saranno almeno cent’anni che non parliamo più di questo, ancora un po’ e me ne sarei dimenticato anch’io, giuro!” fece lui. Poi prese un bicchiere e la bottiglia di Jack e mi chiese se volessi anch’io, ma non cercai conforto nell’alcol. Non avevo niente per cui abbattermi in realtà e quindi nemmeno qualcosa per cui consolarmi.

“Eri molto diverso all’epoca, se proprio lo vuoi sapere.” disse lui, sedendosi. “Posso provare a spiegartelo, ma è più facile se pensi alla storia con Sam e a come è finita.” io non capii, “perché com’è finita?” Lui fece una smorfia attonita poi mi guardò avvilito e sbuffò. “Non ricordi com’è finita la storia con Sam? Non ricordi che la tua voglia di divertirti te l’ha fatta sfuggire quella povera donna. Tu eri testardo e insaziabile porca miseria, ti avrei spaccato la testa quando vedevo Sam entrare nel bar con le lacrime fresche.” ‘Lacrime’, pensai? “Eri così preso da te e i tuoi progetti, che non ti sei nemmeno accorto quando se n’è andata.” concluse Robbie, con un tono rassegnato. Si alzò dalla sedia, mi squadrò e prese la sacca per uscire, come se lo sgarbo l’avessi fatto a lui. Poi prese la porta, si voltò e guardando il pavimento disse: “Le donne Jack… tu amavi troppo le donne.”

Camminai verso casa, non volevo prendere i mezzi, a quell’ora non ci sarebbe comunque stati. Mi stesi sul letto a riflettere. Le donne… non ricordavo di essere stato così. Chi è stata la prima donna che ho baciato? Che profumo aveva? E Sam? Di cosa parlavamo noi due? Ma parlavamo? E se fosse qui, adesso, a sentire quel che se sento io, si ricorderebbe che siamo stati felici insieme? Ma come posso essermi dimenticato di tutto questo? Possibile che non sappia chi sono? Quella notte mi addormentai, ma dormii ancora peggio di quella precedente.

Il giorno dopo non mi svegliai dal solito lato, né dal lato opposto, mi svegliai per terra.  Avevo voglia di uscire e schiarirmi le idee, ma preferii non fare tardi e non zuccherai il caffè. Andai al cantiere per lavorare all’armatura venuta male e pensai che avrei voluto cambiare lavoro l’anno successivo, ma… chissà, forse. Quel giorno Malloy si era ammalato e non era venuto, così dovetti badare io al nuovo. Non seppi mai il suo nome, non glielo chiesi perché infondo eravamo estranei; lui non chiese quale fosse il mio e così quella volta, parlammo così, senza nomi.

“Mio padre era nell’esercito.” Ricordo che disse così. “Io mi sono fatto da solo e non cerco mica approvazione né qui né altrove, però, certo, non sono nemmeno un presuntuoso e so che certe cose vanno imparate.” Non sapevo perché mi dicesse quel che mi diceva, né perché lo ascoltassi. “Lo so, io, che ci sono cose che non so fare, ma le imparo e sono bravo in quello, a imparare intendo. Da adolescente ero un disastro, facevo di testa mia, sai? Ma per fortuna la vita mi ha raddrizzato ed ora guardami? Sono qui che faccio un’armatura dietro l’altra.” Forse mi irrigidii a quelle parole, forse  no. Mi guardai intorno spiazzato e stranito. Quel ragazzo era convinto di saperla lunga e invece, al contrario, era un inetto, malgrado la vita l’avesse raddrizzato.
Penso che fu quello, la ‘vita che raddrizza’, che mi fece abbandonare il cantiere seduta stante per andare da mia madre.

Non che di solito parlassimo molto, ma quel pomeriggio lei fu talmente sorpresa della mia visita che non mi salutò nemmeno, andò subito a preparare il tè. Io non bevo tè, non mi piace, non lo bevvi nemmeno in quel momento, malgrado lo volessi. “Mamma, ricordi che mi piacesse cantare?” le chiesi io un po’ spiantato. “No, non lo ricordo caro, sono vecchia.” fu la sua risposta. “Ricordi di Sam, la ragazza con cui sono stato?” chiesi di nuovo, “Si. Era bellissima e alta, ma con le gambe storte.” disse lei, ridandomi speranza. “Mamma, ti ricordi perché ci siamo lasciati?” lei si sistemò sulla sedia come per concentrarsi, aprì la bocca e, dopo un attimo, disse: “Non ricordo caro, sono vecchia.” A quel punto mi alzai stizzito, ma mia madre aggiunse: “Caro, hai deciso se cambiare lavoro l’anno prossimo?”
“L’anno prossimo?” feci io, “Mamma, come fai a sapere che voglio cambiare lavoro? E’ un’idea troppo recente perché tu ne possa sapere qualcosa.”
“Scusami, caro, pensavo ormai avessi deciso…” ormai? Ormai!? Cosa significava ‘ormai’? Io lavoravo al cantiere da cinque anni! Mi voleva mettere fretta? Ma cosa significava ormai? Forse non erano cinque, va bene, forse erano sei o otto, non ricordavo di preciso, ma che importanza poteva avere, no? ‘Ormai’! La rabbia saliva per lo sforzo di ricordare e l’ostinazione nel farlo. Avevo iniziato quando ero tornato dall’Inghilterra e… no, no. Non ricordavo! Non ricordavo accidenti! Ero in cantiere da prima, ma a chi importava santo cielo, sarà stato dopo Sam, forse… ma cosa importava adesso?! Impantanato nella foga di dimostrarmi nel giusto, mi arresi senza mollare la collera. “Mamma, cosa significa ormai? Quanti anni saranno che sono al cantiere?”
Lì per lì lei fece finta di non sentirmi, poi guardò il tè e quasi non curante sussurrò: “Trenta, caro.”

Fui fulminato. ‘Trenta!’ Lavoravo al cantiere da trent’anni? No, non poteva essere. Erano trent’anni che volevo cambiare mestiere? Ma come potevo non ricordarmene? Dove cavolo ero stato per trent’anni accidenti! Mi ero lasciato da solo così a lungo da aver perso il conto dei compleanni. Lo sgomento si impadronì di me, poi il panico e infine tornò la rabbia. Mi dissi che tutto questo non aveva senso. ‘Trent’anni!’ Lo urlai ad alta voce e cominciai ad imprecare su ogni maledetto giorno che avevo passato al cantiere, lasciando la mia vita ai ricordi irresponsabili di una ex, di un cantante rancoroso e di una vecchia. Urlai e piansi fino a sfinirmi, poi, passata ogni soglia di decenza o dignità, esasperato e stremato, mi sedetti e trovai lo sguardo di mia madre. Come per magia quegli occhi erano ringiovaniti e ora mi fissavano sorridenti, con amore consapevole.
“Amore mio,” disse lei, “bentornato.”

Quella notte dormii lì.

Il giorno dopo non mi svegliai per andare al cantiere, ci sarei tornato solo per licenziarmi. Dormii di gusto finché non sentii l’odore del pane caldo. Mi alzai e andai in cucina senza fretta.
Mia madre aveva preparato la colazione con toast, martellata e caffè. Ne presi una tazza e lo zuccherai. E per la prima volta, dopo trent’anni, provai qualcosa, di nuovo.

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