Cronache Di Una Radura Isolata

Erano in guerra ormai da quindici anni.

Le livree nemiche cominciavano a risentire l’ostinata testardaggine dei generali, ma rimanevano lì immobili a servire senza dubbi. La rugiada del mattino si era fermata sulle armature e il cuoio delle cinghie. Le bandiere, fiacche, si stagliavano nere sul cielo livido. In fondo al campo di battaglia, butterato da ere di massacri, sagome fisse di indistinguibili accozzaglie sedevano pigre, sull’orizzonte.

Non si udiva che un silenzio monotono e urtante ricoprire, come melma, quel pantano sfrenato di carne e modelli assurdi e ignobili. Sospesa, a mezza altezza, la bruma mattutina sfiorava, beffarda, i corpi sfatti e dietro subito arrivava l’umidità e poi i funghi e infine i vermi. Per i caduti non c’era congedo.

Dal basso proveniva il puzzo di escrementi e muffa che si annidava qua e là, negli anfratti creati tra un lembo di grasso e crini di animale, tra schegge di legno e cartilagini orfane.

Non c’era luogo per salvarsi dal senso di viscidume e freddo che sinuosi si infilavano ovunque, l’imbarazzo, invece, aveva lasciato quella radura già da molto tempo.

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