Accadde a Baskerville

 Accadde a Baskerville. Sotto i fumi nauseabondi del mercato del pesce che vende promesse ai palati. All’ingresso delle porte della città, premonitrice, c’è una statua chiamata: “La Vittoria”.  E’ una donna che, senza vesti né armi, si avventa su un nemico così come le è permesso: nuda e perfetta. Lei ricorda, agli occhi transitori, un passato certo e magnifico: testimone del barocco e delle riforme, della virtù dei pochi, della pace per pigrizia e delle guerre per narcisismo.
Al di qua di un sottile velo c’è un bambino che procede con metodo, ignorando la ragione morale che solo più avanti “La Vittoria” imporrà come legge, spacciandone l’origine per divina. Egli ha un pugnale di legno che si diverte a guidare sulle carni del padre. Ora sul cuore, ora sul fegato e sul pancreas, ogni organo suona diversamente per il flagellato. Il bambino ne gusta i sentori e in lui cresce la concupiscenza di osservarne l’interno, il dietro e il colore di questo e quello. Il padre, agonizzante, non sa come richiudere la cassa toracica, come fermare il sangue, come ritornare a una vita insulsa e pasciuta.

Quel bambino si chiama Sigismondo. Quel delitto non l’ha mai compiuto. Queste parole di premessa non sono che un presagio al re di Polonia, Basilio.

Egli regola e sanziona, dall’alto del suo trono. Non vacilla e non ammicca. Non si turba e non vien turbato. Immobile governa, per bontà di stirpe e concession di sorte. Si compiace non poco per un regno ereditato, ma conosce le stelle e perciò teme il futuro.

Ha scorto, infatti, l’immagine oscura dell’aruspice, che vaglia le sue membra, sviscerate. Estratte, con perizia, dal loro incavo naturale, per discendenza: da mano regale. Il figlio, il principe, Sigismondo, nascerà e verrà rinchiuso, per sfida al destino. Il re ha deciso.

Accadde allora che Sigismondo venne affidato a Clotaldo, fido del re. Accadde che crebbe e conobbe segregato in una torre, nascosto e rinchiuso, attraverso gli occhi del precettore. Mai ricordava di una vita senza prigionia. Tutto ciò che gli era utile e necessario era stato già posto in serbo per lui da altri, sconosciuti. E così, senza aver mai visto altro, Sigismondo non desiderava altro.

Ma un padre nutre se stesso dell’amore verso un figlio, e non vi sono astri in grado di cambiare la natura delle cose. Così Basilio, al diciottesimo anno compiuto del principe, ordinò a Clotaldo di sedare il prigioniero con un potente sonnifero per concedergli il dubbio. Sigismondo lasciò la veglia e si destò sul trono. Incredulo per le forme e la luce contro cui gli occhi si trovavano a combattere, il principe fu servito del libero arbitrio, quale gusto prelibato. E senza ansia, né vergogna, egli invocò a se le risorse del palazzo. Sentenziò a morte tutti, uno dopo l’altro, con effetti immediati, e tra lacrime e scuri la sala divenne un macello.

Basilio inorridito osservava nell’ombra, ad insaputa del figlio. In gran segreto ordinò a Clotaldo che si conducesse al principe, Clelia, secondo genita e sorella del folle.

A quella vista Sigismondo fermò le sue parole sanguinarie; scese dal trono e spogliò la fanciulla. Poi con la mano accarezzò quel innocenza madida di paura e chiuse la stretta sul collo. L’altra, esplorando gli anfratti del corpo femminile, non si curava delle proteste dell’agnello. Basilio, inerme di fronte a tanto orrore, lasciò il raziocinio in preda alla corrotta bellezza di quell’atto sublime e con dubbio si appellò a Clotaldo. Ma il dubbio era tardo e così fu il fido. Sigismondo strizzò la propria anima putrida fino a spremerne anche l’ultima goccia di libidine e spremette anche il cuore di Clelia fino a farne fiottare via la vita.

Poi Clotaldo usò il sonnifero, e finì il regno del folle.

Per Basilio fu rimpianto e dolore e dubbio. Per Sigismondo fu la logica del pazzo a condurlo alla ragione. Ritornato a quella vita nella torre, arrivò a concludere che quell’episodio non fosse in realtà che un sogno. E così probabilmente ogni cosa, nella vita, era così incerta e inevitabile da non poterne trarre alcun vantaggio né calore, e per questo: tanto valeva viver nel mezzo. Si convertì alla misura, e divenne la sua ragion di vita.

Accadde in quegli anni, che il popolo insorse, deponendo Basilio e incoronando Sigismondo come nuovo re di Polonia. Il vechhio padre, dilaniato dalla mistura di colpa e vecchiaia che la vita gli aveva fatto ingurgitare, non poté che sottomettersi al volere del nuovo sovrano, senza riserve per la propria sentenza.

Sigismondo sguinzagliò la lingua, ma questa volta articolò diversamente. Regolò le finanze e ridistribuì le terre ottenute con la forza. Concesse l’educazione al popolo minuto. Acconsentì alla ricostruzione della città e delle riforme. Promosse la condivisione delle scienze e delle arti e la Polonia non vide tempi più prolifici.

Poi gli fu sottoposta la sorte del padre. Reo di aver guardato agli astri con fede cieca, egli aveva ripudiato il figlio e ucciso la figlia, consegnandola alla follia del fratello; e adesso, quasi a beffa, proprio quel carnefice si era fatto giudice.

Sigismondo, ora moderato e temperante, perdonò il padre, concedendogli la grazia, e liberandosi del nome folle per sempre.

Accadde a Baskerville. Sul trono di Polonia, il grande re Sigismondo divenne esempio ai postumi perché quest’ultimi ne ignorarono la follia della logica che lo portò alla gloria. Egli infatti, mai fece il bene per animo gentile, ma per sgomento di fronte a una verità superiore. Ovvero l’illusorietà di ogni cosa, la consapevolezza dell’inutilità di qualsiasi azione, la vanità delle cose terrene poiché l’esistenza non è che sogno, dove tutto può mutare e nulla persiste. A questo proposito, Sigismondo concluse che l’unica realtà dovesse essere la morte, dal momento che essa è certa e indeterminata.

Infine, la morte, gli diede ragione.

Ispirato al dramma
“La Vita E’ Sogno”
di Calderón de La Barca.

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