14 Nisan 33

“Al mattino presto del giorno quattordici del mese primaverile di Nisan, avvolto in un mantello bianco foderato di rosso, con una strascicata andatura da cavaliere, nel porticato tra le due ali del palazzo di Erode il Grande, entrò il procuratore della Giudea Ponzio Pilato.”

Bulgakov



Un rivolo di acqua scese dalla punta del cranio alla nuca mentre con un movimento plastico l’uomo alzò lo sguardo tendendo tutte le cartilagini e i tendini del collo fin quasi a spezzarli. La mascella serrata. La testa allora si erse vibrando per la tensione assurda. Un gigante ricoperto da carne e nervi che si combattevano l’un gli altri tanto erano promiscui. Vestiva una tunica candida e il lungo mantello copriva la schiena fino a sfiorare il suolo. Passo dopo passo si avvicinò al terrazzo. Non esisteva, nel mondo, incedere più rispettato. Inespressivo e virile sarebbe potuto essere nudo, e non una punta della sua dignità l’avrebbe lasciato. 

Guardò la folla sottostante. A tal punto richiamata all’autorità, da non poter esser considerata che un’unica cosa all’occhio e, allo stesso tempo, così intimamente rapita in ogni animo, da dovercisi riferire, per forza, come: individui. Il cielo sovrastava tutto. Immobile resisteva a quel fascino marmoreo. In tutta la Giudea non vi era essere più mitico di quel romano. Regnava il silenzio.

Quasi sprezzante, con voce rauca e bassa, il prefetto si rivolse al segretario, sedendosi -Fate portare il prigioniero.- Subito l’ordine venne ripetuto. -Fate portare il prigioniero.- urlò il segretario ai soldati. Dopo poco la folla si aprì e da essa un soldato e il prigioniero avanzarono fin sotto il poggiolo. A questa visione, la moltitudine cominciò ad urlare ed inveire contro il malcapitato, coprendolo di insulti qualcuno gli sputò sul viso. Il prigioniero non mostrò reazione. Era magro, il viso segnato dalle botte e livido, non aveva forze per respirare a dovere ed era legato ai polsi. 

– Comprendi la mia lingua prigioniero?- tuonò Pilato in aramaico, sovrastando le grida della massa. 
– Si egemone. – 

Rispose umile il prigioniero, che tuttavia mostrava una forte compostezza.

– Qual’è il tuo nome? – 
– Jeshua Hanozri, egemone.- 

A quelle parole le urla si rinnovarono fragorose, ora dalle retrovie venivano lanciate frattaglie e avanzi che, tuttavia, non suscitarono alcun sentimento sul volto del prigioniero. 

– Quali altre lingue conosci?- disse il prefetto, dimostrando ancora una volta che a lui non urtava minimamente il frastuono della piazza.
– Greco e Latino egemone.-

Pilato era visibilmente stupito, ma non si scompose e proseguì, questa volta in Greco.

– Prigioniero, sei consapevole dell’essere accusato di aver aizzato il popolo contro il tempio di Jerushalajim?-
– Sono consapevole delle mie parole.- rispose l’arrestato rendendo evidente che ci fosse dell’altro.-
– Le tue parole sono povere e tuttavia per nulla prive di malizia. Dovrei quindi intendere che tu non consideri te stesso come colpevole del reato di cui sei accusato?- 

Nel frattempo la conversazione era rapidamente tornata all’Aramaico per via di Pilato, preoccupato che il popolo non comprendesse.

– Infatti, non lo sono. Questa buona gente è ignorante e ha confuso ciò che ho detto. Io, egemone, dicevo che il tempio dell’antica fede deve crollare e al suo posto deve sorgere il nuovo tempio della verità. Dissi così perché fosse più comprensibile.-

In un attimo la piazza si svuotò di ogni suono. Ora la folla era trepidante nell’attesa di ciò che smaniosamente sapevano già tutti… Il prefetto romano non si mosse. La città, come il cielo, i muri e le porte scalpitava con discrezione, ma in pena, per raggiungere l’agognato momento in cui Pilato sarebbe esploso nell’ira più oscena, rovinando l’accusato. Inaspettatamente però ciò non avvenne. Il prefetto sbuffò per il caldo, poi si passò una pezza bagnata sulla testa per rinfrescarsi e parlò.

– Buona gente dici?-
– Come dici, egemone?- rispose Hanozri titubante. 
– Ti sei riferito al popolo di Jerushalajim come “buona gente”. Chiami tutti così?-
– Si, egemone.-
– Da dove vieni Hanozri?- 

La folla era sgomenta e umiliata. La conversazione non risultava mai sbilanciata. Il silenzio testimoniava che l’attesa dipendesse unicamente da Pilato, che avrebbe potuto spezzarla in qualsiasi momento.

– Da Gamala, egemone.-
– Gamala dici? Sono stato molte volte in quella città, ma di certo non posso averne che una conoscenza superficiale paragonata alla tua. Perché da ciò che vai dicendo trapela silenzioso che non avvengano reati a Gamala: che siano tutti “buona gente” a differenza di qui. In quale altro modo, altrimenti, la tua intelligenza sarebbe a tal punto piegata alla tua ingenuità da poter pensare che a Jerushalajim, tra quella che tu chiami “buona gente”, non ci siano persone a cui tutti gli aggettivi potrebbero calzare tranne che questo?-

Nonostante la durezza del rimprovero, Pilato non dimostrava arroganza, semmai il contrario, tra le sue parole c’era una punta di sincera curiosità per quello sconosciuto. Ma più di tutto, il prefetto era convinto di aver vinto in fatto d’intelletto. Almeno fino a quando il prigioniero non rispose.

– Egemone. Forse è davvero così. Forse la mia ingenuità è superiore alla mia intelligenza, eppure sono convinto delle mie parole: in quanto non esistono uomini cattivi, ma solo uomini ignoranti, uomini soggiogati dal potere di altri uomini. Il potere è violenza sull’uomo e verrà un tempo in cui non vi saranno né potere, né cesari, né qualsiasi altra autorità. L’uomo giungerà al regno della verità e della giustizia, dove non occorrerà alcun potere.-

Pilato si alzò in piedi con assoluta freddezza: non voleva concedere al suo pubblico il piacere di vederlo amareggiato. La folla, ancora ammutolita, faticava a seguire il discorso. Il segretario trascriveva le risposte del prigioniero cercando disperatamente di coglierne i dettagli, finché Pilato non si rivolse direttamente a lui, come sempre, ordinando.

– Conducete qui Bar-Raban.- senza esitazioni il segretario ripeté l’ordine e in pochi minuti un uomo gigantesco, anche lui legato, fu portato di fianco ad Hanozri. Era sfregiato e visibilmente affaticato per via della sua stazza impressionante. Sudava furore e aveva uno sguardo allucinato, completamente assorto nella pazzia. La piazza si riempì di nuovo di insulti e lamenti. Questa volta si unirono alle frattaglie e agli avanzi anche le calzature. Hanozri manteneva lo sguardo di Pilato. Poi il prefetto parlò.

– Hanozri. Quest’uomo risponde al nome di Bar-Raban. E’ uno stupratore e un assassino dei peggiori. Nella sua vita non ha prodotto che morte e sofferenza a molti, ma oggi è qui per aver sventrato una bambino. Forse io non conosco abbastanza la vita… perciò ti prego di illuminarmi, Hanozri, anche lui per te è “buona gente”?- 
– Si. E’ solo infelice.- rispose il prigioniero.
– E verrà il regno della verità?-
– Si, egemone,- rispose convinto Jeshua.
– Non verrà mai!- gridò a un tratto Pilato con voce così terribile che ruppe il frastuono della massa, facendola di nuovo ripiombare nel silenzio. – Ho sbagliato a fare appello alla tua ingenuità, perché la tua unica colpa è la demenza!-

Il prefetto si sedette e nel riacquistare la calma si rese conto che questo scatto emotivo l’aveva posto in svantaggio rispetto al suo avversario e agli occhi di tutti. Così, con voce calma, decise di dare un’altra possibilità all’accusato e, soprattutto, a se stesso.

– Per amor della giustizia, voglio essere clemente. Dimmi Hanozri, perché turbavi la gente del mercato parlando di una verità di cui non hai idea? Che cos’è la verità?-
– La verità è ciò di cui siamo convinti, egemone. L’illusione che più consideriamo sicura, ciò che più di tutto ci pervade di avere il controllo, essa risponde al nome di verità. La verità, egemone, è che sei un uomo solo, che non hai più fiducia negli uomini e affidi te stesso all’istituzione di cui ti fai portavoce: dentro di te, mi temi.- 

Il cielo si rabbuiò e la temperatura calò vertiginosamente. Poi di colpo si alzò un forte vento che piegò le palme così come l’animo di Pilato, che, esterrefatto, fissava Hanozri, convinto che ciò che stesse avvenendo fosse espressione della sua volontà.

– La verità è che il popolo di Jerushalajim così come quello di Gamala è profondamente felice di riposare la notte perché è convinto che l’indomani sorgerà l’alba.- e dette queste parole Hanozri si fece scuro in volto. Tra le urla della gente impaurita dal buio del cielo, e la pioggia che cominciò a battere violentemente, Il prigioniero gridò le sue parole a Pilato.

– Non è questa forse la verità, egemone? Ma cosa accadrebbe se anche solo una delle vostre convinzioni venisse infranta? Cosa accadrebbe se accadesse l’inspiegabile? Quale sarebbe la verità, Pilato?-

Il calvario della piazza era sempre più fuori controllo, il vento e la pioggia si fecero insostenibili. I soldati abbandonarono il proprio posto non curanti delle conseguenze, così come Bar-Raban e il segretario scomparvero dalla scena. Pilato era impenetrabilmente stregato dal prigioniero, avvolto in un’espressione di venerazione e inquietudine, farfugliò qualcosa, senza riuscire a dare  forma alle proprie idee. Poi, di colpo, la pioggia scomparve. Così come il vento e le urla e le persone stesse. L’atmosfera si fece ovattata e fredda, silenziosa. In quella piazza c’erano solo Jeshua Hanozri in piedi e Ponzio Pilato al terrazzo, seduto e raggomitolato con occhi infantili. 

Dal cielo, delicatamente, si affacciarono dei fiocchi di neve che in un attimo ricoprirono la città. Nevicava.

– Questa è la verità.- disse Pilato rivolgendo lo sguardo al cielo. 

Chiuse gli occhi per farsi ricoprire da quel miracolo e lasciò che le sue lacrime si facessero ghiaccio. 

Era il 14 Nisan dell’anno 33.

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