Storia Del Natale

Esistono due realtà: quella percepita e manipolata da noi come esseri umani e quella effettiva.


La prima è quella che noi chiamiamo vita: cioè il susseguirsi di eventi, situazioni e parole che ci danno una percezione di progressione, un senso agli accadimenti, un collegamento tra un fatto e un altro fatto, un filo logico che genera una una connessione tra due punti, un segmento. 


La seconda è la realtà effettiva, non filtrata e soprattutto priva di manipolazione anche solo speculativa di ciò che avviene. 


La differenza tra questi paradigmi si può spiegare meglio attraverso un esempio semplice. 


Immaginiamo un operatore che riprende, attraverso una macchina da presa, un uomo che mangia. Quello che viene registrato dalla macchina è ciò che avviene, senza subire alcuna manipolazione da parte di chi agisce (l’operatore): il piatto è pieno è lentamente si svuota mentre l’uomo si ciba. 


In un secondo caso, invece, l’operatore interviene anche solo decidendo di interrompere la ripresa per poi riprenderla in un secondo momento. Ora ci sono due momenti: quello iniziale dove il piatto era pieno e quello finale dove il piatto è vuoto. 


Il primo caso corrisponde quindi ad una realtà effettiva priva di manipolazione; mentre il secondo è una visione alterata di ciò che avviene filtrata dall’intervento dell’operatore.

Ovviamente anche solo la scelta di riprendere in un dato luogo e momento è di per se un atto interpretativo, un filtro, una manipolazione. L’esempio non è perciò calzante. E’ infatti impossibile proporre qualsiasi situazione che catturi il concetto di “non manipolazione” perché, anche solo scrivendone, è necessario scegliere cosa comunicare, divenendo a mia volta “operatore”. 

L’esempio è semplicemente un tentativo di avvicinare il concetto di “non manipolazione” a chi legge, in quanto uno spettatore passivo ma consapevole può assistere al manifestarsi della realtà effettiva solo in prima persona, cioè senza mediazione. Non ci vorrebbe né operatore, né macchina da presa.


La realtà effettiva è ciò che avviene nel mondo senza che nessuno se ne accorga. E’ l’insieme di effetti, leggi, fenomeni che si manifestano senza essere categorizzati o indicizzati. Non ha nessun nome né propensione, non ha logica, non agisce, non è fermo né immobile. Non è femminile né maschile, non è neutro o plurale. Non distingue tra la fine di una molecola e quella successiva senza alcuna differenza tra ciò che noi chiamiamo vivo o non vivo o persino molecola. Non  riconosce il giallo dal blu, ma comprende tutto senza distinzioni o contorni in un mare universale che non tiene conto nemmeno del tempo. 

La realtà effettiva è più di tutto simile al “nostro” Silenzio, o a Dio. 

In tutto questo non solo ci dobbiamo limitare a complesse perifrasi per avvicinarci alla sua comprensione o spiegazione (perché ogni possibile espressione umana così come i nostri sensi sono infinitamente primitivi rispetto ad esso), ma dobbiamo inoltre riconoscere che la nostra posizione si incastri perfettamente al lato opposto della composizione, in un sublime equilibrio. 


Proprio ciò che ci limita all’assistere e comprendere la realtà effettiva (tanto più siamo umani, tanto più ha senso per noi dare senso alle cose) ci permette di riconoscere noi stessi. L’interpretazione ci allontana da quel “silenzio” e ci interessa proprio perché ne è l’opposto: cioè l’unica realtà percepibile e comunicatrice di senso. E proprio perché è l’unica comunicatrice è l’unica che interessa comunicare.

L’interpretazione è insieme significante e significato in rapporto reciproco di rinvio l’uno all’altro, come scopo e presupposto ontologico di se stessa.
La semplice acquisizione di senso ci rende quindi bisognosi di esprimerlo attraverso uno strumento che diviene fine e motivo stesso del suo esistere: la Narrazione.  

Tuttavia la nostra vita è possibile solo come veicolazione di significati, non di messaggi, non di punti A e punti B, ma proprio di ciò che ne sta in mezzo. In definitiva la nostra stessa essenza è paradossalmente ciò che vi è tra i due: tra una situazione e quella successiva, tra una specie e un’altra, tra le denominazioni di individui come esseri finiti, la distinzione delle cose è solo necessaria per poter descrivere ciò che accade tra di esse. Tra il rosso e il blu, nel Ciliegio o nel Pioppo, fra il giorno o la notte…


Assistiamo alla creazione di regole solo per poter raccontare non di chi le ha seguite o di chi le ha infrante, ma del “come”. 



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