Verso L’Infinito E Oltre

In Toy Story, si, il celebre film della Disney che di sicuro di presentazioni non ne ha bisogno, c’è una scena che io ricordo, mi colpì parecchio. Buzz, uno dei giocattoli che prende vita quando gli umani non guardano e che è convinto di essere un eroe spaziale con tanto di laser e la capacità di volare, si trova nella casa di un bambino cattivissimo, Sid. Lui è lì, sa che deve scappare o verrà fatto a pezzi, così perlustra la casa, si avventura sul pianerottolo che da sulle scale e alzando lo sguardo vede la salvezza.
Lassù, oltre la cima della balaustra, dopo il vuoto della tromba delle scale, di fronte a lui, c’è una piccola finestra: aperta! L’opportunità! La fuga! La libertà!
Buzz non perde un secondo, si arrampica fino al pomello del corrimano, il punto più alto, da lì deve solo aprire le ali e saltare nel vuoto, volando fino alla sporgenza della finestra pochi metri più in là. Deve farcela! Per salvarsi; ma anche perché in passato gli altri giocattoli hanno messo in dubbio la sua identità. Gli hanno raccontato che lui non è un vero Space Ranger, il che significa che la sua navicella non è altro che una confezione di un prodotto per bambini, che lui non è un eroe incaricato di salvare l’umanità e ancor peggio: che le sue ali meccaniche sono una decorazione, un allestimento; perché non può di certo volare con quei due pezzi di plastica.Bene.
Buzz non ha dubbi, si concentra, chiude gli occhi e sgombra la mente allungando le braccia in avanti e preparandosi al decollo. Poi trattiene il respiro, piega le ginocchia e salta… e in un primo momento sembra che tutto proceda per il verso giusto: le ali si sono aperte, lo slancio è preciso e la finestra si “avvicina”. Poi però qualcosa va storto.

La finestra di colpo smette di avvicinarsi e comincia ad andare nella direzione opposta: lei sempre più in alto e lui sempre più giù. Diventa subito chiaro che lo slancio non è stato sufficiente, che manca propulsione e che non riuscirà a raggiungere la meta. Infatti il giocattolo cade rovinosamente a terra: con un braccio smontato e una gamba scardinata.

Buzz adesso è su un gradino, disteso. È ammutolito, sbigottito e deluso. Non si muove né dice niente. Tiene gli occhi sbarrati, increduli. Le ali ancora aperte e le luci lampeggianti. Non si sente nulla. Non importa se la minaccia potrebbe avventarsi su di lui lì allo scoperto, in questo momento potrebbe anche essere morto e non farebbe poi tanta differenza.. Ecco. Qui Buzz capisce.

Si rende conto che è davvero un giocattolo, non può volare davvero… non è in grado di salvare se stesso e quindi figuriamoci gli altri. Quello era solo un illusione. Tutta la sua vita non ha alcun significato, perché non è chi credeva di essere.


Buzz si riteneva un individuo straordinario: cioè proprio al di fuori dell’ordinario, speciale; ed ora, per la prima volta, capisce che ordinario invece lo è eccome. Senza differenze tra lui e quei giocattoli a cui voleva salvare la pelle, rendendo un compito così alto una ragione di vita ancor prima che un atto di altruismo. Ma in un mondo senza eroi, dove lui è uno fra i tanti comuni individui, non c’è nessuno da salvare. Si chiede: a cosa servo adesso? Soprattutto a chi?

Questo probabilmente è ciò che quegl’occhi sbarrati stanno a dire. È la domanda più vecchia del mondo: perché sono qui se non ho uno scopo?
L’amarezza della disillusione, di chi vede il mondo bianco o nero, come i bambini, e chi invece cresce e allora persino i cattivi diventano una malinconica speranza. La fede che la vita assegni un compito alto e intuitivo: indiscutibile; sollevando dalla responsabilità di una scelta senza bianchi o neri… solo sui grigi.
In un mondo senza cattivi, non si sa chi combattere. Qui devo fare il punto. 
Perché: va bene la storia di Buzz, va bene che cade dalle scale si rompe un braccio e finisce in depressione; ma di cosa stiamo parlando? Qual’è la morale?

Ecco: oggi in metro, in uno di quei ormai frequentissimi momenti da “esploratore della rete” che amo almeno quanto il tempo sprecato dietro a scemenze e curiosità (che spesso si rivelano pure false), mi sono imbattuto in un articolo che parlava dei Millennials. Ora. Per chi non lo sapesse i Millennials sono quella generazione, successiva alla cosiddetta Generazione X, definita dalle persone nate dall’inizio degl’anni ottanta fino al duemila, che almeno in parte, è cresciuta sull’onda della Grande Recessione.


La storia dei Millennials è la mia storia, mi ci riconosco. Perché anch’io sono nato e cresciuto credendo nelle favole. Come Buzz noi pensavamo di essere unici, speciali, destinati a grandi cose e in ogni caso Stra-Ordinari. Con il benestare delle famiglie alle spalle ci siamo convinti di poter raggiungere ogni obiettivo ci fossimo prefissati, intraprendere qualsiasi carriera o sogno.

E come Buzz, ci credevamo davvero finché, almeno per me, la più grande crisi economica dopo la Grande Depressione è arrivata insieme all’abbandono dell’infanzia che, un po’ per l’età, un po’ per contesto è uscita dalla porta di servizio senza nemmeno salutare. Ora è passato qualche anno, ma sapere di non essere gli unici a sentirsi un po’ persi è di gran conforto, come si dice: mal comune mezzo gaudio.
Ed è così. Sono partito con ali enormi, piene di speranze e promesse, ma chissà forse erano di cera e si sono sciolte al sole; o forse erano di plastica, erano piene di bellissime luci e.. non erano comunque sufficienti per volare. 

Poco importa. Zucchero canta: “siamo caduti in volo”. Proprio noi. Che sembrava potessimo fare tutto, perfino quello: perfino volare. Ed ora, svegliati bruscamente da questi sogni di gloria cerchiamo di orientarci nella giungla della realtà come Tarzan, ma a New York. Completamente impreparati a quello che ci aspetta e con quella tipica faccia da pesce lesso, anzi, come direbbe un mio caro amico: “la faccia di quelli che si guardano intorno”!


Mi consolo però, in tutto questo un lato positivo c’è, una certa ironia della sorte o, comunque la vogliate chiamare, qualcosa che mi strappa un sorriso e che mi fa sempre pensare come la vita, anche nelle situazioni difficili, inviti a prendersi poco sul serio perché lei infondo fa lo stesso. Si perché i Millennials, la Generazione Y, i Nativi Digitali insomma: sono proprio nati e cresciuti con i computer tra le mani. Sono contraddistinti dal loro rapporto con la tecnologia e non ne fanno di certo un segreto. Ecco l’ironia è proprio qui. Perché Toy Story è considerato proprio il primo vero lungometraggio interamente realizzato a computer.


La stessa macchina che ha definito noi sognatori ha creato un sognatore virtuale, un Buzz Millennials che oltre all’età, condivide con noi anche quel desiderio di essere speciali: di poter volare per raggiungere i sogni più grandi e che, nella caduta, ha trovato la più grande delle storie.

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2 pensieri riguardo “Verso L’Infinito E Oltre

  1. E' arrivato! aggiornati 🙂

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